L’italianità del lavoro nero

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Man at work

Parliamo di lavoro, di italianità e della relativa legislazione. Il problema non è Poletti e le sue affermazioni sui giovani che vanno all’estero – forse inopportune ma volutamente fraintese. Il problema non sono i voucher o il job act in se. Il problema non sono, ovviamente, i giovani che, dopo essersi guardati intorno, vanno, con più o meno entusiasmo, all’estero per provare a realizzarsi. Il problema non è, per dirlo subito, se una data azienda è di proprietà italiana o straniera, ammesso che quest’affermazione abbia ancora un senso.

Il problema è che qui in Italia (e ancora di più al Meridione) il lavoro nero o semi-nero trionfa sempre e comunque sopra qualsiasi riforma e liberalizzazione. Se lo scopo del governo con i nuovi contratti a termine – anche con durata di poche ore – e con la riduzione dei diritti dei lavoratori – di cui l’abolizione dell’articolo 18 non è stata la più rilevante per la massa dei lavoratori giovani e precari ed è stata enfatizzata solo dalle trombe interessate dei sindacati – avevano lo scopo di attaccare il lavoro nero, renderlo non conveniente, in modo da trasformarlo in contratti regolari, che risultano nelle statistiche e pagano le tasse tutti i mesi; se lo scopo era questo, dicevo, allora hanno decisamente fallito.

webimg_0987_ikeaPensare in grande…

La legislazione sul lavoro va cambiata, insisto, non tanto (e non primariamente) perché tolga diritti a chi li ha ma perché non funziona a dare diritti a chi, nel suo lavoro, non ne ha mai sentito parlare.

In Italia si continua a preferire il lavoro nero, sempre e comunque. E la cosa paradossale è che, molte volte, conviene (o sembra convenire) anche al lavoratore, perché significa mettersi più soldi in tasca a fine mese rinunciando a una protezione aleatoria e a contributi che forse non consentiranno mai di raggiungere un’ipotetica pensione.

Quindi si accettano contratti fittizi, retribuzioni fittizie, condizioni para-contrattuali, accordi verbali, qualifiche inferiori al lavoro che davvero si svolge, gratifiche sottobanco esentasse quando il “padrone” ne ha voglia.

Una parte del problema sono i controlli di legalità, pochi e spesso fittizi. Superficiali nel migliore dei casi. Le verifiche raramente sono spinte in fondo e spesso ciò avviene volutamente, perché l’economia italiana è malata di nero e meno nero, si teme, non significherebbe più legalità, ma meno economia e basta. Bisogna chiudere un occhio (e spesso un occhio e mezzo), per evitare di dover chiudere tutto, insomma.

L’assenza di legalità di casi come l’ILVA di Taranto, in cui la miopia cronica delle istituzioni locali e nazionali è durata per anni, sono solo la cima sporca dell’iceberg.

webimg_5291Il commercio, uno dei settori dove è più difficile “andare avanti”

Il problema di base, in parte legato al precedente, resta la sproporzione della domanda di lavoro rispetto all’offerta, sproporzione che finisce per mettere il manico del coltello sempre dalla parte dei datori. E’ lo stesso motivo che spinge tanti giovani qualificati a spostarsi all’estero. Lì il potere contrattuale che viene dalle loro capacità e qualifiche, con tanta fatica raggiunte, è molto maggiore che qui in Italia. Ma anche tanti non più giovani fanno la scelta, a un certo punto della vita, di saltare il confine di stato, per abbandonare carriere stagnanti, stipendi impiegatizi e scarsa considerazione, che non cambiano anche dopo anni e anni d’esperienza e di progetti portati a termine, in favore di qualcosa di meglio.

Ciò si lega a un altro aspetto di cui si preferisce parlare poco, ovvero che le sbandierate eccellenze italiane sono una minoranza – non mosche bianche, ma comunque una piccola parte – nel panorama della nostra mediocre imprenditoria italica. Abbiamo una struttura economica che difende le posizioni di forza acquisite, anche piccole. Ogni proprietario di scuola privata o di piccola impresa, ogni titolare di affermato studio d’avvocato o commercialista, ogni socio di piccola o media impresa edile, qui in Italia – solo per citare qualche categoria a caso – sa perfettamente che la fila dei potenziali lavoratori a nero o semi-nero è lunga. E al Meridione la situazione è ancora peggiore.

C’è crisi, carenza d’affari, carenza di risorse certamente, ma anche un certo gusto del piccolo, un voler sempre puntare sul sicuro, una scarsissima propensione alla crescita e una difesa reciproca di categoria. Una difesa a oltranza, appunto, delle posizioni acquisite che fa il paio con l’abitudine, se solo si può, di non pestarsi i piedi a vicenda e di non spingere a fondo sul pedale della concorrenza. Di contro si creano ostacoli d’ogni tipo a qualunque nome nuovo che tenti di emergere.

Negli stati esteri più avanzati i datori di lavoro tentano di accaparrarsi i lavoratori migliori, a suon di benefit e di aumenti di paga, e poi di metterli nelle condizioni migliori per farli fruttare – pretendendo, comprensibilmente, un impegno commisurato. Sanno che o sei tra i migliori o muori. Qui l’ottimo non serve, ci si accontenta dell’accettabile. Si sfrutta finché si può e se la “eccellenza” si stufa e se ne va… beh ci sarà qualcun altro almeno bravino pronto a sostituirlo senza accampare pretese. L’importante non è crescere, migliorare, ambire, rischiare: basta tirare a campare e, per chi ha in mano le leve di imprese simili alle succitate, continuare a accumulare.

Il concetto di “italianità”, ogni tanto strombazzato per difendere qualche gigante zoppicante e in procinto di cadere, serve, mi sembra, a puntellare quest’andazzo dall’arrivo di stranieri attivi e combattivi. In tal caso, scusatemi, ma no, non fa per me.

SpaceX: giovani, entusiasti e vittoriosi: un po’ diverso da tanta parte del lavoro in Italia

E se la politica si svuota

Come profeta valgo poco, e per questo probabilmente fate benissimo se non mi state a sentire ora che vi dico che nella situazione politica attuale vedo i semi della dittatura. Non ritengo che ci siamo già, ma anche qui potrei benissimo sbagliarmi.

Vedo le premesse della dittatura perché le istituzioni democratiche sono al loro minimo di credibilità; sono state usate ed abusate in troppi casi; spesso svuotate di senso e ridotte neppure a posti di potere ma a semplici falle di accesso al denaro pubblico. Ed anche perché le persone che le hanno rappresentate o si candidano a farlo non sono più individuate come rappresentanti della maggioranza del Paese. Vedo che le scelte politiche avvengono sotto la pressione dei mercati e delle urgenze economiche.

Le vedo anche perché non sembra sorgere un’alternativa politica: situazione ottima perché si individui, ad un certo punto, la soluzione nell’ “uomo forte”, nel nuovo “unto dal signore”, la “figura di garanzia” che potrebbe essere anche una “soluzione tecnica”, ma di lunga durata.

La dittatura moderna, si badi bene, non richiede necessariamente un balcone ed una folla plaudente, bande musicali e parate imbandierate. La dittatura cibernetica può avere forme molto più subdole e sfumate. Può avere l’estetica ed i riti della democrazia senza averne la sostanza.

Come comportarsi? Di certo non appellandosi all’ “unità del popolo”. Questa è una cosa che si invoca in caso di guerra, solitamente allo scopo di silenziare chi critica quella guerra ed addita coloro che, per propri interessi, l’hanno voluta. Non dobbiamo assolutamente pensarla tutti allo stesso modo: è la prima regola della vita democratica.

Neppure m’attira la rivoluzione di piazza. Non credo nella violenza perché non risolve i problemi, perché esalta i peggiori e perché finisce sempre per essere pilotata. La rivoluzione francese è finita con Napoleone imperatore.

Ci vuole l’impegno individuale, di quanti più possibile. Evitare le scorciatoie e le soluzioni di comodo. Evitare la tentazione dei compromessi facili. Occhi ed orecchie aperte su proposte e soluzioni. Curare il complessivo ed i dettagli. Non evitare contrasti e dissensi, anche aspri. Valutare razionalmente e non sull’onda delle emozioni.

Insomma, come tutti i (falsi) profeti, vedo il rischio ma non la soluzione. Eppure sono certo che c’è. E credo nel volontariato intellettuale. Il cervello per sua natura deve essere sempre attivo, per cui è meglio usarlo bene.

Un naufragio italiano

Mi sto convincendo che il guaio italiano sia la superficialità. Nel caso specifico, non credo che riguardi soltanto il comandante della nave da crociera naufragata all’Isola del Giglio.

La vedo dappertutto, dagli ambienti di lavoro agli uffici pubblici, dai negozi al modo di guidare l’auto per strada: presunzione, approssimazione e scarsa attenzione. Ovunque continuiamo a sfornare risultati grossolani; appena una cosa sembra andare bene, passiamo oltre, pensiamo ai fatti nostri. I particolari sono lasciati alla libera interpretazione.

Ho visitato una bella mostra sull’Unità d’Italia, al Palazzo reale di Napoli, pochi giorni fa. Ero contento, mi sembrava tutto a posto, tutto ben fatto e ben curato, finché non ho notato un gruppetto di turisti stranieri che si lamentavano perché non c’era nemmeno una didascalia in inglese. Giravano fra opere d’arte e documenti storici fenomenali, ben collegati fra loro ed integrati in un racconto di cui non potevano capire praticamente nulla. In una città ad alta vocazione turistica non si è pensato a visitatori non italiani.

E’ solo un esempio, è chiaro, e non certo il più eclatante, di come facciamo “a tirar via” già le cose a portata di mano.

Le cause sono tante: non si scelgono le persone giuste, non le si valorizza, nessuno si assume la responsabilità diretta, ogni attività si perde nel fluido vischioso degli interessi personali intrecciati, leciti ed illeciti (anche qui il confine sfuma alla grande).

E’ una lezione che devo imparare in primo luogo per me stesso: mettere più qualità in quello che faccio. La qualità è faticosa e forse non sempre si vede, ma la sua mancanza emerge sempre.

Per la risurrezione necessaria della politica

Questa, come tutte le crisi, fornisce almeno alcuni stimoli positivi, a chi li sa trovare, e senza dubbio pone delle sfide. E’ più facile accettare cambiamenti quando si vedono a rischio i propri punti di riferimento, e questa è certamente un’arma a doppio taglio.

Una sfida fondamentale è, secondo me, riuscire a rinnovare la politica (in senso lato, non solo la classe politica): o le restituiremo ruolo, forza e responsabilità, come espressione, seppure approssimativa, della collettività, oppure sarà a rischio il futuro stesso della democrazia, non nelle forme, che possono svuotarsi e rimanere un’esile facciata, ma nella sua stessa sostanza.

L’inizio non è dei migliori: un Parlamento che si affida ad un governo tecnico che faccia scelte impopolari in vece sua, non stimola certo la fiducia. Ci sono le esibizioni di personaggi difficili da qualificare con termini civili. Poi c’è la questione degli stipendi, vitalizi, portaborse, auto blu ed altri appannaggi che, detto fra noi, mi sembra più utile a fare rumore che sostanza.

La crisi della politica non si limita ai privilegi della casta e non si esaurisce ad essa, tutt’altro. Politici ben pagati, ma che si assumano le proprie responsabilità e rischino davanti all’elettorato, a me andrebbero benissimo. E’ l’insipienza che disturba e che lascia il potere nelle mani della finanza.

Se ci sono corrotti, vuol dire che ci sono (e ci sono stati) corruttori: non credo ad una classe politica di gran lunga peggiore del Paese che l’ha eletta.

L’antipolitica può essere pericolosa, perché i privilegi degli uomini di Stato – accumulati nel corso di decenni – sono, a mio avviso, un sintomo, non la causa del malfunzionamento della democrazia.

E’ una sfida che riguarda tutti: sia chi siede sugli scranni del Parlamento sia il sottoscritto e chiunque faccia parte della cosiddetta “opinione pubblica”. Indignarsi per i privilegi non può trasformarsi nel dare addosso al Parlamento e non deve far dimenticare le altre responsabilità coinvolte. Istituzioni politiche svuotate significano ancora più potere alle banche, ai grandi investitori e alle organizzazioni criminali.